Lavori in quota: facciamoli fare ai droni!

Partirei non già dal titolo, alquanto provocatorio, ma da una valutazione di carattere meramente statistico, in quanto scevra da pareri personali e interpretazioni di sorta.

In Italia (dati INAIL) il 10% circa degli infortuni sul lavoro è causato da cadute dall’alto. Il dato raddoppia se consideriamo solo gli incidenti mortali, oltre il 20% di questi ultimi è dovuto a cadute dall’alto, e diventa enorme se ci riferiamo al settore delle costruzioni (oltre il 50%).

Il D.Lgs. n. 81/2008, considerato il “testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro”, all’art. 107, definisce “lavoro in quota“: “un’attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 m rispetto a un piano stabile”.

La statistica “fotografa” la realtà, cioè rappresenta, in forma di dati, eventi che si sono già verificati, i quali sono, dunque, incontrovertibili.

E i dati relativi agli infortuni, anche a seguito della introduzione e successiva evoluzione di leggi, di procedure di lavoro, di standard organizzativi, di misure di prevenzione e protezione, di sistemi di controllo e repressione dei reati, di programmi di formazione, di campagne di informazione e comunicazione, etc., evolvono molto lentamente (seppure positivamente) nel corso degli anni. Questo dimostra che la questione è molto complessa e che nessuna delle misure adottate finora è stata in grado di generare una discontinuità.

In pratica, i lavoratori che operano in quota, sono esposti al rischio di cadute dall’alto. E, sempre ragionando in termini statistici, una percentuale di loro, presto o tardi, incapperà fatalmente in un incidente.

E’ noto però a tutti gli addetti ai lavori, che le misure rivolte alla prevenzione sono più efficaci di quelle rivolte alla protezione, perché vanno ad incidere ad un livello più alto della piramide delle cause; e la misura di prevenzione più efficace risulta essere, lapalissianamente, quella della rimozione del fattore di rischio, cioè il vertice della piramide.

Sembrerebbe una considerazione così banale da risultare inutile.

E se oggi ci fossero ambiti in cui i lavoratori sono esposti inutilmente a rischi? Se fosse possibile rimuovere alcuni di questi “vertici” senza causare problemi al processo produttivo, ottenendo, anzi, dei risparmi anche in termini economici? E se esistessero delle tecnologie che consentono di rimuovere l’esposizione a rischio chiedendo in cambio solo di essere provate?

Ad esempio (tanto per venire al titolo dell’articolo) i lavori in quota non sono sempre necessari. In alcuni casi i lavoratori salgono su un tetto o un solaio, su una piattaforma elevabile o un cestello, su un traliccio o un palo, oppure scendono imbracati lungo la parete di un edificio “soltanto” per ispezionare visivamente una struttura, per controllare lo stato di conservazione di un materiale o per verificare l’integrità di un manufatto. Queste attività possono essere condotte comodamente da terra, utilizzando un drone pilotato da remoto.

Il drone può essere equipaggiato con camere e sensori adatti allo scopo, ad esempio camere RGB o ad infrarossi e può registrare dati ed immagini su un supporto digitale. Può coprire agevolmente grandi superfici, ed anche grandi dislivelli, potendo salire e scendere centinaia di metri in pochi istanti, fornendo una prospettiva generale e/o di dettaglio. Inoltre, fa parte ormai dell’equipaggiamento base di ogni drone un sistema di navigazione satellitare (GNSS), che consente al drone sia di mantenere con precisione la sua posizione (anche in caso di vento), sia di effettuare delle missioni automatiche per waypoint.

Esistono, ad esempio, delle procedure di ispezione mediante droni che consentono di rappresentare la struttura in quota mediante modelli digitali e di localizzare con precisione gli asset e le eventuali “failure“ egli impianti, altre che consentono di censire e geo-localizzare gli apparati presenti in quota, altre che consentono di ottenere mappe o planimetrie dell’esistente (as built), altre ancora che consentono di stimare l’entità di danneggiamenti e di tenerne monitorata l’evoluzione.

Tali procedure si possono applicare alla ispezione di tetti e coperture, anche di grandi dimensioni, di impianti di telecomunicazioni, di pile ed impalcati di ponti, di tralicci di elettrodotti, di ciminiere, pale eoliche, antenne, etc.

Negli ultimi tempi sta destando molto interesse l’applicazione della tecnica “strutture from motion” nei software per la ricostruzione di modelli digitali tridimensionali di oggetti, impianti o strutture. Analogamente a quello che avviene con l’apparato visivo umano, il drone, muovendosi intorno ad un oggetto, “percepisce” la sua tridimensionalità. Anche se in realtà il drone non fa altro che scattare fotografie o registrare sequenze video, queste però devono essere registrate nel rispetto di precisi criteri di stampo fotogrammetrico, altrimenti la successiva fase di “matching” fallisce, e la ricostruzione non avviene. Oggi i droni sono equipaggiati con hardware e firmware potentissimi, in grado di far eseguire al drone queste attività automaticamente (o quasi). Sarebbe molto complesso, se non impossibile, effettuare queste attività in quota senza la tecnologia dei droni.

I risultati di tali ispezioni possono essere fruiti in tempo reale (attraverso monitor a terra, visori con realtà aumentata, etc.) ovvero utilizzati in un secondo tempo, comodamente dal proprio PC.

Naturalmente, trattandosi di strumenti professionali, i droni devono essere utilizzati con cognizione di causa da personale esperto e, soprattutto, secondo procedure di lavoro validate. Infatti, in assenza di una esperienza specifica, anche una tecnologia con un alto potenziale può risultare inutile.

Aggiungo, a latere, che per utilizzare i droni a scopo professionale occorre anche una autorizzazione da parte dell’Ente nazionale per l’aviazione civile – ENAC – ed un attestato di pilota APR (aeromobile a pilotaggio remoto), nonché una polizza di assicurazione specifica per droni, per responsabilità civile per danni verso terzi.

Insomma, salvo casi particolari, conviene rivolgersi ad una azienda specializzata, e ormai ci sono molte aziende che offrono tali servizi.

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